21 de February de 2019

Discorsi e godimenti malvagi – Éric Laurent

Discorsi e godimenti malvagi Éric Laurent       C’è risonanza, risonanza tra discorsi e risonanza dei discorsi in noi….


Discorsi e godimenti malvagi

Éric Laurent

 

 

 

C’è risonanza, risonanza tra discorsi e risonanza dei discorsi in noi. Questa parola d’ordine è stata promossa da Lacan, per mettere in evidenza l’idea che, per l’essere parlante, non esistono forme di vita senza discorso. I discorsi ci fanno vivere, ci guidano, ci indicano come vivere. Ci fanno vivere, ma ci sono anche discorsi che fanno anche morire, ci uccidono. Nei discorsi, si trovano tutte le forme possibili per esprimere il vœu de mort, il desiderio[1] di morte. Espliciti, impliciti, allusivi… tutto ciò che la retorica permette di dire o di non dire tra le righe. L’argomento del convegno poggiava sui paradossi della retorica di certi discorsi che uccidono. In un seminario sui paradossi della retorica di certi discorsi che uccidono, Gil Caroz argomentava: «il loro carattere è insidioso, perché non hanno niente di veemente. Gli agenti di questi discorsi che uccidono si presentano come grandi servitori dello Stato o anche come eroi moderni che sacrificano la loro umanità per fare il loro dovere».. Questi agenti possono essere statali o sovrastatali, come si nota in nei discorsi delle istanze dell’UE, e si esprimono in nome di valori comuni, etici, lasciando sul piano di particolarità nazionali gli interessi passionali. Il fatto tuttavia di tenere un discorso politico appoggiandosi a questi valori elevati non va senza presentare dei paradossi.

 

Gli effetti paradossali dell’Europa e il suo discorso dei valori

È ciò che aveva scoperto Jean-Claude Milner nel suo libro del 2003[2] sulle «inclinazioni criminali dell’Europa democratica».  Lasciando sul piano delle nazioni le cattive passioni nazionaliste e la responsabilità delle guerre, l’Europa parla solo di pace. Per cui, la pace di cui parla, la mette in grande difficoltà a comprendere il mondo nel quale vi sono delle guerre. Lo si vede in particolare nella grande difficoltà che l’Europa ha a intervenire nelle labirintiche guerre del Medio-Oriente.

Milner aveva fatto valere questo paradosso, ma anche Hans Magnus Enzensberger che, nel suo bel libro Il mostro buono di Bruxelles (2013), presentava contemporaneamente sia gli enormi meriti della burocrazia di Bruxelles, sia le origini del rifiuto di cui può essere oggetto. Egli citava con molti elogi i libri dello scrittore austriaco Robert Menasse parlando della realizzazione di una burocrazia all’altezza di quella che era riuscito a costruire Giuseppe II a suo tempo.[3]

Ma c’è un ma, l’espansione di questa buona burocrazia in un punto è anche anti-democratica. Perché nella UE la separazione dei poteri è abolita. Il Parlamento è eletto, ma non può esercitare l’iniziativa legislativa. Questa prerogativa è lasciata alla Commissione che però è un’istituzione priva di legittimazione democratica. La triade, Parlamento-Consiglio-Commissione, con tutte le sue qualità, ha tuttavia un aspetto democraticida. In questo si situa l’originalità di dello strano potere incarnato dal discorso dell’UE come tale e la sua pedagogica insistenza che vi funge da dolce retorica democratica.

  

Discorsi che vogliono esplicitamente uccidere: USA

Al contrario, la retorica americana può essere molto più brutale, senza alcuna dolcezza. Ci sono negli Stati Uniti dei discorsi che vogliono uccidere. Colui che, il 28 Ottobre, ha sparato nella sinagoga di Pittsburgh, uccidendo 11 persone nel giorno dello shabbat lo ha fatto dicendo: «Tutti gli ebrei devono morire»[4]. Prima di passare all’azione lo aveva scritto sui social network.

Howard Fineman, del canale NBC, ne trae la seguente lezione: «[…] Senza sminuire la sofferenza e la morte di chi soffre d’altro, è triste constatare che di fronte al crollo dei valori sociali e politici, gli ebrei svolgono sovente il ruolo di canarini in una miniera di carbone.» Egli fa di questo passaggio all’atto il «segno della visione cinica e impietosa del presidente Trump […] [che] lacera una società già sottoposta allo stress del cambiamento generazionale, demografico, tecnologico, economico e sociale.» Come Jonathan A. Greenblatt, presidente della Lega Antidiffamazione, ha sostenuto in un articolo recente, questa violenza a cielo aperto fa in modo che l’odio, negli Stati Uniti, «diventi mainstream»[5]. Il sorgere dell’odio in primo piano, è anche un punto che un professore di neuroscienze, Richard A. Friedman, ha ripreso in un interessante articolo di neuroscienze applicate: «Quando qualcuno, come il Presidente Trump, disumanizza i suoi avversari, li pone al di là dell’attenzione e dell’empatia, toglie loro la protezione morale e rende più facile far loro del male. Se avete dei dubbi sul potere della parola politica di fomentare la violenza, allora richiamate alla mente la famosa esperienza dello psicologo di Yale Stanley Milgram, che agli inizi degli anni Sessanta, studiò la predisposizione di un gruppo di uomini a obbedire a una autorità. […] [Egli mostrò] quanto facilmente si possa essere indotti a fare cose terribili semplicemente obbedendo a degli ordini.»[6]

La denuncia dell’odio, dal canto suo, può divenire per molti aspetti la corrente principale nei discorsi politici americani. Tuttavia una delle particolarità della retorica americana è lo specchio tra il discorso politico o discorso del padrone da una parte, che si tiene sulla piazza pubblica, e il discorso universitario dall’altra, che si tiene nei campus e che si vuole, perfettamente o nel miglior modo possibile, ripulito dai discorsi che uccidono o escludono. Anche in Europa abbiamo questa contrapposizione, tra i discorsi che si fanno in strada e i discorsi che si fanno nelle università. Di nuovo, però, questa operazione non è priva di conseguenze.

 

I paradossi del discorso universitario

L’università si ostina a portare avanti un discorso svuotato da queste passioni d’odio e tuttavia gli studenti non si sentono legati gli uni agli altri dall’amore come avrebbe voluto Simone Weil, ricordata nel nostro Forum. Il politicamente corretto ha cercato di regnare, il sentimento di solitudine degli studenti tuttavia non è mai stato così grande. La generazione postmillennials, nata dopo il 1995, la generazione «Gen-Z», ha sviluppato una maggiore angoscia e una più grande ipersensibilità. Nelle università americane dagli anni 2011/2012 il tasso di suicidi è aumentato in maniera impressionante (+25% tra i ragazzi e +70% tra le ragazze)[7]. È anche per questa insicurezza, per questa violenza, per questa solitudine vissuta che il compito del politicamente corretto è senza fine. Dopo aver cercato di raggiungere il livello delle grandi categorie dei discorsi che uccidono o escludono, si cerca di andare oltre per cancellare i poteri deleteri dei discorsi.

Recentemente, una parola ha fatto la sua apparizione nei campus americani: «la micro-aggressione». Il professor Derald Wing Sue, dell’università Columbia, a New York, ha pubblicato nel 2010 Microaggression in Everyday Life. Race, Gender and Sexual Orientation. Il ricercatore ha definito così le micro-aggressioni: degli insulti o delle attitudini «intenzionali o non» che «comunicano messaggi ostili o di disprezzo prendendo come bersaglio persone solo sulla base della loro appartenenza ad un gruppo emarginato». L’estensione del campo delle micro-aggressioni, che sembra fondata per alcuni e portatrice di speranza, è per altri piuttosto generatrice di eccessi e aggiunge condizioni di segregazione tra le comunità[8].

I sostenitori delle due posizioni si affrontano. Ritroviamo qui una questione dibattuta tra i politologi americani, che interessa anche l’Europa. Riguarda la politica dell’identità e dell’opposizione che essa può generare tra comunità di discorso, una per una, con la questione di un bene comune o di un universale che scompare.

 

Le comunità di discorso e il bene comune

È risaputo, la campagna di Hillary Clinton era stata interamente fondata e mirata alle differenti minoranze (Neri o Latini), alle donne e alle minoranze sessuali, precisando per ciascuno i diritti supplementari che lei avrebbe aggiunto se fosse stata eletta. Questa è una politica dell’identità. Lo slogan della sua campagna «Stronger together» evidenziava questo accostamento identitario: l’unione delle forze. Dal canto suo, Bernie Sanders fondava la sua campagna su un punto comune: le disuguaglianze economiche, le truffe delle banche che hanno espropriato a tutta forza dopo la crisi dei subprimes, e gli inganni di Wall Street. Riprendeva il movimento Occupy Wall Street, rimproverando a Hillary la sua eccessiva propensione a tenere delle conferenze per questi stessi banchieri.

Il giorno dopo le elezioni presidenziali, un articolo del politologo Mark Lilla, dell’università della Columbia, ha considerato che l’insuccesso della Clinton era dato da un orientamento politico fondato sulla politica delle identità, a cui bisognava rinunciare; era necessario passare ad altre cose e definire un bene comune per l’America come tale, nel quale potersi riconoscere come l’insieme dei democratici americani.[9] In fondo, rimproverava a questa politica delle identità di essere dispersiva.

Di fronte a questa minaccia di dispersione, dove Lilla vede una situazione di stallo, Judith Butler vede al contrario una via d’uscita. Nel suo ultimo libro[10], tradotto in francese con il titolo Rassemblement, ma che in inglese si intitola Towards a Performative Theory of Assembly, conferma la sua teoria detta «performativa» della sessuazione a livello dei gruppi. Ella pone la necessità di aggregazioni comunitarie definite a partire dal fatto che non possono essere riconosciute dal discorso comune. Questa impossibilità di rappresentazione li definisce e definisce, allo stesso tempo, la possibilità di un legame sociale creato a partire dagli esclusi della rappresentazione. Butler sottolinea la forza dei movimenti tipo Occupy. «Esserci, alzarsi, respirare, spostarsi, restare immobili, parlare, tacere, sono tutti aspetti di un raggruppamento improvviso, una forma imprevedibile di performatività politica. Conta che i luoghi pubblici siano affollati di persone, che la gente venga a mangiarvi, a cantare, a dormire e che essi rifiutino di cedere questo spazio… sarò trasformato dalle connessioni con gli altri». È il contrario dello stare insieme prodotto dall’odio incarnato dal populismo di Trump. È un raduno di amore che potrebbe fare a meno di qualsiasi riferimento ad un universale condiviso. Judith Butler risolve il problema del passaggio da un’identità vulnerabile a una rivendicazione dei diritti politici sovrapponendo l’uno sull’altro questi due livelli attraverso l’ampio raduno performativo. L’articolazione di questi livelli è cruciale per sapere se in effetti, i diritti ai quali noi possiamo fare appello per proteggerci dai discorsi che uccidono, sono i diritti dei cittadini o dell’Uomo?

  

Contro i discorsi che uccidono. Diritti dei cittadini, Diritti dell’Uomo.

La nostra epoca non è soltanto quella dei discorsi che uccidono ma anche quella delle guerre di fatto, delle guerre non dichiarate, delle guerre tra Stati disfunzionali, o falliti, delle guerre condotte da superpotenze rovinate, oppure delle guerre di religione, tutte guerre che spediscono milioni di migranti sulle strade dell’esilio. I diritti dei migranti prendono posto in prima fila tra le preoccupazioni delle nostre democrazie e vanno contro i discorsi che uccidono e contro le conseguenze delle guerre. Ma come collocare i diritti di coloro che hanno lasciato i propri Paesi e non hanno nuova cittadinanza? Alcuni, come Giorgio Agamben, prendono  questo come prova della fine della democrazia parlamentare liberale, rimpiazzata dallo stato d’eccezione permanente che dichiara privo di diritti colui che non è cittadino da nessuna parte. Egli ci vede l’attualizzazione della figura dell’uomo bandito nel Diritto Romano, dell’homo sacer[11] e dubita che i diritti dell’uomo possano accogliere il sacer, colui che è separato. Al contrario, Jean-Claude Milner mostra che è questa questione del migrante, di colui che non è più cittadino, a rinnovare la lettura dei diritti dell’uomo e del cittadino. Milner considera, contrariamente alla critica marxista che denuncia i diritti dell’Uomo come pura parvenza borghese, che questi diritti sono perfettamente incarnati e devono essere incarnati come i diritti dell’essere parlante preso nella sua qualità di essere parlante[12]. Egli avvicina i diritti dell’Uomo ai diritti del corpo dell’essere parlante, a ciò che Lacan ha promosso nel suo ultimo insegnamento con il nome di parlessere che ha un corpo. Dice: «L’uomo della Dichiarazione annuncia l’uomo/donna freudiano: a differenza dell’uomo delle religioni e delle filosofie, non è né creato [quello delle religioni] né dedotto [quello delle filosofie], è nato; in ciò consiste il suo reale»[13]. Milner, inoltre, nota: «Di fronte agli accampamenti dei rifugiati, il linguaggio marxista è frivolo. I diritti inizierebbero dunque con gli escrementi e le secrezioni? … Quand’anche togliamo agli individui i loro meriti e demeriti, le loro azioni innocenti o colpevoli, in una parola le loro opere, ciò che resta ha dei diritti. Povertà, rifiuti, morte, la maggior parte delle religioni, delle filosofie e degli eroismi disprezza questa parte maledetta.»[14]

In effetti, questa considerazione del migrante che si ritrova preso nei campi, in cui il dispositivo d’accoglienza può diventare rapidamente un carcere, pone l’accento che Lacan metteva sulla sua distanza riguardo alla fede per la storia. Alla fine del suo seminario su Joyce, nota : «Joyce nega che accada qualcosa in quello che si ritiene venga preso come oggetto dalla storia degli storici. A ragione, poiché la storia non è niente di più che una fuga, di cui si raccontano solo gli esodi. […] Solo i deportati partecipano alla storia: dato che l’uomo ha un corpo, è tramite il corpo che lo si ha. Rovescio dell’habeas corpus.»[15]

In effetti è la questione che ci pongono i migranti, questa condizione che è la nostra di immergerci in una storia che è fuga. È tutta l’importanza di ciò che è in gioco nel patto per le migrazioni delle Nazioni Unite, progettato da circa 190 Paesi, definito il 13 luglio 2018, e che deve essere approvato formalmente a Marrakech il 10 dicembre. Uno a uno, i governi dell’Europa Centrale hanno espresso la loro posizione, ovvero che non lo voteranno, seguiti da altri paesi europei come l’Italia e ovviamente dagli Stati Uniti. Eppure questo patto sarà senza dubbio sottoscritto da un numero assai importante di Paesi. Le Nazioni Unite preparano, dopo il patto sui migranti, un patto sull’asilo e sul diritto d’asilo come tale.

 

I populismi di oggi e quelli degli anni Trenta

L’opposizione a tutta la normativa sull’accoglienza dei migranti è fondamentale nei discorsi dei populisti. Al di là di questo punto, si dovrebbe collocare la differenza tra il populismo contemporaneo e i populismi degli anni Trenta nell’identificazione di un capro espiatorio. Un politologo, Raphaël Liogier, ha recentemente proposto: «Il populismo attuale è fondamentalmente originale, intriso d’angoscia collettiva a fronte della globalizzazione (che sia sotto la forma dell’ “immigrazione rampante”, del “capitalismo senza frontiera”, della “islamizzazione del mondo”) e soprattutto post-ideologico. Contrariamente agli anni ‘30, in cui si alimentava di solide dottrine marxiste o razziste, il populismo di oggi, erede della perdita di credibilità delle grandi ideologie che hanno contrassegnato il XX secolo, è in effetti opiniologico.»[16] La lista non è esaustiva. Può essere estesa in base alle necessità. «È in questo che lo si può classificare come populismo liquido: si rivela fluttuante nelle fondamenta (il contenuto dottrinale e le sue logiche di esclusione possono cambiare oggetto, andando dal musulmano al Rom, passando per l’Ebreo, il giornalista, l’immigrato e l’omosessuale, secondo le combinazioni più variabili) e nella forma (le opinioni cosmopolite, le angosce collettive e le frustrazioni circolano oramai via Internet a livello planetario senza un controllo ideologico chiaro, creando un effetto d’immediatezza).»[17] Vorrei tuttavia aggiungere che non possiamo rallegrarci così in fretta di questa differenza. Il populismo liquido, quello della modernità liquida[18], può cambiare nemico tutti i giorni, ma questo non ha meno effetti di quando il nemico era uno solo. Esso produce ciò che un altro politologo ha chiamato banca centrale dell’odio[19]. In effetti può cambiare, ma si integra. Si ottiene, in modo diverso, il nazionalismo tribale, lo sforzo di rigenerazione di una società pretesa decadente, di cui parlava il fascismo degli anni ‘30 in quanto si raggruppava attorno a un leader e a una solida dottrina. Nel populismo trumpiano non c’è certo senso di sacrificio ma un appello al godimento senza limite della molteplicità di nemici da abbattere: quelli che non godono come me.

 

Il bisogno di retorica e le fake news

 Abbiamo bisogno di una retorica per far fronte a questi effetti, a quelli della post-verità delle fake news, alla retorica dell’odio. La proliferazione delle false notizie è favorita dal declino delle ideologie che ci erano comuni, delle grandi narrazioni, come diceva Lyotard, o di ciò che era ritenuto bene comune, sotto la forma di un ideale. Tuttavia, l’assenza delle grandi narrazioni comuni ha un’altra conseguenza oltre alla frammentazione o alla dispersione. Tutte le narrazioni comuni sono ora rimpiazzate da una sola esigenza, quella di essere scientifici, quella del regno dell’evidenza, dell’evidence based, e, in effetti, c’è qualcosa di potente nella desegregazione della scienza. La scienza ci libera delle nostre particolarità. Come dice Jacques-Alain Miller: «Se la scienza è desegregativa nelle sue conseguenze tecniche, è perché il suo discorso utilizza un tipo purissimo di soggetto, un tipo universale di soggetto. Il discorso della scienza è fatto per e da un qualunque individuo che pensa Penso, dunque sono. Questo discorso annulla le particolarità soggettive, che gridano e si ribellano»[20].

In un primo tempo c’è liberazione, desegregazione, costruzione di uno spazio di ragione comune, dopodiché in un secondo momento si produce l’insurrezione dei godimenti. Il calcolo accentua ciò che resiste alla sua inclusione, esso provoca l’insurrezione di ciò che si oppone al TINA, al There Is No Alternative. Se la ragione dice che non ci sono alternative, allora io ribalto il tavolo della ragione. La globalizzazione produce la rivolta dei lasciati indietro dal mercato universale che è un puro calcolo. Ne è un esempio in Europa, all’interno di Stati complessi, la resistenza di nazioni particolari come l’Irlanda, la Catalogna, la Scozia. È anche la storia europea che ritorna come un boomerang per separare i vari popoli dalla colonizzazione in cui si ritrovano immersi nei mercati comuni. In America sono i popoli indigeni che dalla Terra del Fuoco fino all’Alaska rivendicano il riconoscimento di una cultura e di diritti che non possono riassorbirsi nell’universale. In fondo, dopotutto, i godimenti particolari si rifiutano di uniformarsi. Allora certamente la scienza e il suo discorso tentano di ricreare una sorta di saggezza in cui tutto si possa aggregare, come per esempio le neo-saggezze dei festival californiani tipo Burning Man dove la contemporaneità si propone di mettere in scena il trattamento di tutti i godimenti in una sfilata dell’orgoglio tecnologico. Tuttavia sembra che i godimenti restino separati, anche nelle diverse sette che vogliono raggrupparli o giustapporli in un Altro di sintesi New Age.

 

Il populismo degli anni Trenta e la molteplicità del godimento di oggi

Il molteplice del populismo contemporaneo fa convergere le molteplici collere o rabbie su uno stesso leader che si ritrova nella posizione di godimento senza limiti, quell’oggetto che omogeneizza i godimenti che Freud aveva isolato nella Massenpsychologie, un fallo reale dice Lacan. I sistemi senza leader, come i Gilet gialli in Francia, quale che sia la loro eterogeneità, hanno comunque bisogno di un oggetto unificante. È allora il capro espiatorio che li accomuna: Emmanuel Macron.

Ma c’è anche nei nostri populismi e nelle nostre civiltà un principio di disomogeneizzazione al lavoro, come nel legame che si è stabilito tra i diritti delle donne e quelli delle minoranze sessuali. Esse producono un effetto desegregativo che sposta la situazione degli anni ‘30. La comparsa delle donne nelle elezioni americane è eclatante. Le astuzie della storia sono grandi; ci si aspetterebbe allora la prima donna presidente, dal top, e abbiamo avuto Trump. Al contrario, alle elezioni di midterm, due anni dopo, è dal basso, è bottom up, che sorge una ridefinizione del posto delle donne nella politica democratica.

Lo divario tra uomini e donne non è mai stato così grande nella politica americana come in queste elezioni di metà mandato. « Il divario tra il voto femminile e il voto maschile non è mai stato così grande: più di venti punti; il 60% delle donne che avevano fatto studi universitari hanno votato per un candidato democratico, secondo i sondaggi all’uscita dei seggi elettorali. I tassi di partecipazione delle donne, dei giovani di meno di trent’anni e dei membri delle minoranze etniche sono stati estremamente elevati in queste elezioni molto particolari, elezioni che, abitualmente, mobilitano solo un terzo degli elettori, contro il 49% di questo anno»[21].

Dalla parte degli elettori c’è un effetto desegregativo, e anche dalla parte degli eletti. La nuova ondata degli eletti americani è in gran parte passata dall’esercito, in cui le donne sono ammesse da venti anni. Per gli eletti, donne o uomini, lo stato di servizio nell’esercito è cruciale. Oppure è necessario esser stato un lavoratore sociale o sportivo. Come per esempio Kyrsten Sinema (Democratica, Arizona), stella del Triathlon. «All’età di 42 anni, la nuova senatrice era stata la prima eletta del Congresso apertamente bisessuale». Lei fa della sua bisessualità un argomento per spiegare che potrà lavorare molto bene sia con i Democratici sia con i Repubblicani.

C’è anche Deb Haaland (Democratica, Nuovo Messico). Indiana, figlia di un militare, visto che molti Indiani erano arruolati nelle truppe americane. Ha sostenuto a sua volta il coming out di sua figlia, che combatte apertamente per i diritti LGBT negli Stati Uniti, ed è stata eletta in questo Stato, il Nuovo Messico, che non è ritenuto così liberale come gli Stati della costa orientale. Ci sono altri eletti che producono questo effetto desegregativo, singolare, come Ilhan Omar (Democratico, Minnesota), che, musulmano, è riuscito a farsi eleggere con un programma assai vicino a quello di Sanders. Gli effetti desegregativi sono lì. È ciò che cambia in rapporto al discorso populista degli anni ‘30. Ne prenderei esempio anche da quanto accaduto lo scorso sabato, dove in Francia i Gilet gialli manifestavano allo stesso tempo del movimento #metoo francese. I Gilet, da un lato, e dall’altro le comunità femministe e LGBT: irriducibili gli uni alle altre? Non mi sembra. Ci saranno delle intersezioni tra i discorsi comunitari e questi discorsi instabili, fragili, che si uccidono da sé, si auto-distruggono, come quello dei Gilet gialli che vogliono essere assolutamente a-rappresentativi. Il rappresentante dei Gilet gialli, ricevuto dal Primo Ministro francese, desiderava che il colloquio fosse filmato e pubblico. Sembra fosse per proteggersi. Spiegava alla stampa, uscendo, che se i “rappresentanti” del movimento erano giunti così poco numerosi, è perché avevano ricevuto delle minacce di morte. «Il 90% delle minacce veniva dagli altri Gilet gialli», aggiungeva. Ecco una perfetta dichiarazione dell’epoca: una codifica precisa, le reti sociali, il discorso che vuole uccidere. Contiamo piuttosto sull’effetto civilizzatore del discorso femminista, per ottenere un effetto desegregativo, e sul principio dell’ospitalità. I forum europei, come questo, sono l’occasione di perseguire gli scambi tra il discorso psicanalitico e gli altri discorsi, nella misura in cui noi consideriamo che c’è un ostacolo al principio di ospitalità generalizzata. È quello del nostro proprio godimento al quale non riusciamo a dare ospitalità. È un resto ineliminabile, che fa da motore all’esperienza psicoanalitica e ai sintomi che non cessano di prodursi. Ci provocano senza sosta ad articolare buone risposte, al di là della retorica necessaria che noi dobbiamo, insieme ad altri, elaborare.

 

Eric Laurent

1 dicembre 2018

Traduzione: Luca Amabile & Jessica Lucarini.

Revisione: Alberto Tuccio

[1] Laurent riprende la locuzione vœu (voto, vocazione) usata da Lacan – e preferita al termine desir – per tradurre il Wunsch freudiano, ovvero il desiderio [ndr].

[2] J.-C. Milner, Les penchants criminels de l’Europe démocratique, Verdier, 2003.

[3] H.M. Enzensberger, Il mostro buono di Bruxelles, Einaudi, Torino, 2013.

[4] P. Bouvier Pierre, « Après l’attaque antisémite de Pittsburgh, Trump et le camp républicain accusés d’attiser la haine », Le Monde, 28 ottobre 2018.

[5] J. A. Greenblatt, « When hate becomes mainstream », The New York Times, 28 ottobre 2018.

[6] R. A. Friedman, « The neuroscience of hate speech », The New York Times, 31 ottobre 2018.

[7] C. Lesnes, « Illégitime défense », Le Monde, sabato 1 dicembre 2018.

[8] Ibid.

[9] M. Lilla, « La gauche doit dépasser l’idéologie de la diversité », Le Monde, 7 dicembre 2016.

[10] J. Butler, L’allenaza dei corpi, Nottetempo, Milano, 2017.

[11] G. Agambem, Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi, Torino, 2005.

[12] J.-C Milner., Les penchants criminels de l’Europe démocratique, Verdier, 2003

[13] Ibid.

[14] Ibid.

[15] J. Lacan, Joyce il sintomo, in Altri Scritti, Einaudi, Torino, 2013, pp. 560-561.

[16] R. Liogier, Populisme liquide dans les démocraties occidentales, in Le Retour des populismes, L’état du monde 2019, sous la direction de Bertrand Badie et Dominique Vidal, La Découverte, Paris, 2018, p. 40.

[17] Ibid.

[18] Secondo l’espressione di Zygmunt Bauman.

[19] Christian Salmon

[20] J.-A. Miller, Le cause oscure del razzismo, in Agalma. Rivista di ricerca psicoanalitica, n.4, Milano, 1990.

[21] D. Lacorne, Midterms : « Les femmes ont exprimé leur ras-le-bol de l’esprit haineux de Donald Trump , Le Monde, 9 novembre 2018.

 

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